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	<title>Domenico Riccio</title>
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	<description>autore lucchese</description>
	<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 17:43:04 +0000</pubDate>
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		<title>L&#8217;Eros negli scacchi - Edizione 2008</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2008 18:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Attualità</category>
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		<description><![CDATA[	Gli Scacchi, come l&#8217;amore, come la musica, hanno il potere di rendere
l&#8217;uomo felice (Siegbert Tarrasch). 
	E&#8217; stato pubblicato ed è disponibile l&#8217;ultimo mio lavoro intitolato
&#8220;L&#8217;Eros negli scacchi - Edizione 2008&#8243;, biografia scacchistica
(Edizioni Lulu, USA gennaio 2008, p. 334 € 13,03 (copertina morbida) €
19,84 (copertina rigida), download € 5,00).
 Questo nuovo volume, molto più ampio ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><em>Gli Scacchi, come l&#8217;amore, come la musica, hanno il potere di rendere<br />
l&#8217;uomo felice </em>(Siegbert Tarrasch). </p>
	<p>E&#8217; stato pubblicato ed è disponibile l&#8217;ultimo mio lavoro intitolato<br />
&#8220;L&#8217;Eros negli scacchi - Edizione 2008&#8243;, biografia scacchistica<br />
(Edizioni Lulu, USA gennaio 2008, p. 334 € 13,03 (copertina morbida) €<br />
19,84 (copertina rigida), download € 5,00).<br />
 Questo nuovo volume, molto più ampio ed articolato del primo (si<br />
passa da 88 a ben 334 pagine) non è nato solo dall&#8217;esigenza, che pure<br />
c&#8217;era, di aggiornare l&#8217;edizione dell&#8217;anno scorso in base ai nuovi<br />
risultati ottenuti da mio figlio nell&#8217;arte degli scacchi, ma è<br />
soprattutto il frutto della mia consapevolezza di dover fare un lavoro<br />
più completo, più adeguato. Spero di esserci riuscito.<br />
Chi è interessato all&#8217;acquisto potrà farlo via internet cliccando su<br />
www.lulu.com e cercando il titolo del libro o il mio nome. </p>
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		<title>La storia di una mia amica</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Aug 2007 11:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Romanzi</category>
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		<description><![CDATA[	“La storia di una mia amica” è il titolo dell&#8217;ultimo romanzo di Domenico Riccio.
Pubblicato in questi giorni a cura delle Edizioni Lulu (New York 2007, pp. 122 a € 10,92 e scaricabile a € 3,11), il nuovo romanzo dell&#8217;ex vicesindaco di Lucca racconta la storia, intensa e dura, di una donna del sud (che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>“La storia di una mia amica” è il titolo dell&#8217;ultimo romanzo di Domenico Riccio.<br />
Pubblicato in questi giorni a cura delle Edizioni Lulu (New York 2007, pp. 122 a € 10,92 e scaricabile a € 3,11), il nuovo romanzo dell&#8217;ex vicesindaco di Lucca racconta la storia, intensa e dura, di una donna del sud (che è la terra d&#8217;origine dell&#8217;autore) tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta.<br />
Costretta, giovanissima, a sposare un ragazzo di buona famiglia perché incinta, Maria viene trattata dal marito Giulio peggio di una serva, senza alcun rispetto, senza dignità.<br />
E non può neanche ribellarsi, la giovane sposa, perché in quegli anni in Italia, soprattutto nel sud, la donna non ha molti diritti e deve obbedire, se vuole evitare di essere offesa e picchiata dal suo uomo anche con violenza.<br />
E&#8217; un romanzo breve, ma ricco di colpi di scena, di incredibili momenti di vita realmente vissuta. E&#8217; uno spaccato su quegli anni pieni di problemi e di speranze, che offre un quadro reale non solo della condizione della donna, ma anche delle miserie (prostituzione, droga, malavita organizzata) che ancora oggi attanagliano alcune zone degradate del nostro bel paese.
</p>
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		<title>L&#8217;Eros negli scacchi</title>
		<link>http://domenicoriccio.blog.ijijiji.com/leros-negli-scacchi-nuovo-libro-di-domenico-riccio/31</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Aug 2007 17:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Attualità</category>
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		<description><![CDATA[	La storia di mio figlio con gli scacchi è stata appassionante ed anche
ricca di soddisfazioni. Lo è stata anche per me, grazie a lui ed alle
sue capacità.
Ma non si tratta di una storia finita. La passione, l’amore, di mio
figlio per l’arte del gioco degli scacchi non si è esaurita.
Tutt’altro. Egli intende proseguirla. E a me, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>La storia di mio figlio con gli scacchi è stata appassionante ed anche<br />
ricca di soddisfazioni. Lo è stata anche per me, grazie a lui ed alle<br />
sue capacità.<br />
Ma non si tratta di una storia finita. La passione, l’amore, di mio<br />
figlio per l’arte del gioco degli scacchi non si è esaurita.<br />
Tutt’altro. Egli intende proseguirla. E a me, sinceramente, fa<br />
piacere.<br />
Questo libro, che racconta, attraverso gli articoli di stampa e pezzi<br />
tratti dal web, i momenti più interessanti della sua avventura tra<br />
alfieri e pedoni, torri e cavalli, re e regine, è solo un mio piccolo<br />
omaggio, un segno d’affetto, d’amore, di rispetto, per mio figlio<br />
Eros.<br />
(Edizioni Lulu, New York 2007 - 86 pagine, Libro a copertina morbida:<br />
€8.07, Download: €1.25) </p>
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		<title>Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jul 2007 21:57:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>General</category>
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		<description><![CDATA[	“Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato”. Questo, in copertina, il titolo della nota rivista nazionale “Cronaca vera” sulla sollevazione di quei giorni a Valle Agricola contro l’imposizione della tassa fondiaria. All’interno del periodico, un bell’articolo, con tanto di foto, che raccontava i momenti e le cause della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>“Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato”. Questo, in copertina, il titolo della nota rivista nazionale “Cronaca vera” sulla sollevazione di quei giorni a Valle Agricola contro l’imposizione della tassa fondiaria. All’interno del periodico, un bell’articolo, con tanto di foto, che raccontava i momenti e le cause della rivolta del piccolo e povero paese di montagna, esaltando il coraggio e le ragioni dei valligiani, che osarono sfidare la protervia del governo e si rifiutarono in massa di sottostare all’imposizione di una tassa ingiusta.<br />
Ma il singolare avvenimento superò anche i confini nazionali e addirittura quelli europei, finendo oltre oceano. Approdò, infatti, sulle pagine del più prestigioso quotidiano americano, il New York’s Time.<br />
Una trentina d’anni addietro, il paese era riuscito ad ottenere dal governo Mussolini l’esonero dal pagamento di quella obbrobriosa tassa; ora il governo democristiano la pretendeva di nuovo.<br />
A tutte le famiglie arrivarono le cartelle esattoriali con l’indicazione degli importi da pagare. A parte il fatto che i dati del ministero erano totalmente sbagliati, perché nel frattempo si erano verificati numerosi passaggi di proprietà, magari mai regolarizzati, i valligiani ne fecero giustamente una questione di principio. Come si può permettere un governo serio e democratico di chiedere il pagamento di tasse su abitazioni distrutte dalla guerra e rimesse su alla meglio, pietra su pietra, dalla ostinata volontà e dagli enormi sacrifici dei paesani, senza che nessuno se ne fosse mai occupato ed avesse minimamente contribuito? Come poteva pretendere, questo governo poco serio e per niente democratico, il pagamento di una tassa su miseri terreni di montagna, pieni di sassi, che non producevano quasi nulla e dai quali solo l’indomita fatica dei valligiani riusciva a cavare quel minimo indispensabile, che a malapena consentiva alle numerose bocche delle famiglie di Valle di sfamarsi e sopravvivere?<br />
Il giornale aveva proprio ragione: “Se ne sono sempre fregati di loro e hanno il coraggio di presentarsi solo per riscuotere le tasse. Ora i valligiani fanno bene a fregarsene del governo e delle sue tasse”.<br />
Gli uomini del governo, però, la pensavano diversamente: aprirono un ufficio nella piazza principale del paese e cominciarono ad inviarci, un paio di volte al mese, un esattore delle tasse col preciso compito di riscuoterle.<br />
Ma i valligiani non ci pensarono due volte e fecero sapere all’esattore che, se si fosse ancora presentato in paese, la sua testa sarebbe finita, pari pari, nel cappio che a bella posta era già stato agganciato al balcone del municipio. E l’esattore, che non doveva essere un tipo molto coraggioso, per un po’ di tempo non si fece vedere.<br />
*<br />
A Valle Agricola esisteva una buonissima abitudine: quando succedeva una disgrazia, si accantonavano le antipatie personali e le discordie familiari e tutta la gente accorreva e si metteva a disposizione. Se, per esempio, prendeva fuoco una masseria, Puppino il sacrestano suonava a distesa le campane, la voce si spargeva in un battibaleno e tutti, proprio tutti, correvano con secchi, conche e ogni sorta di recipienti pieni d’acqua per sedare l’incendio.<br />
E la tassa della fondiaria non poteva che essere considerata alla stregua di una grossa disgrazia.<br />
A parte la chiesa, in paese non esisteva un locale ampio dove tutto il popolo potesse riunirsi. Si ritrovarono allora in piazza per discutere della grave e difficile situazione. La prima importante decisione fu quella di far scomparire l’esattoria. Uno tra i più facinorosi propose addirittura di darla alle fiamme, ma un altro si oppose duramente.<br />
- Alle fiamme ci dai casa tua! – gli urlò sul muso quest’ultimo, prendendolo per il bavero. Abitava proprio sopra l’esattoria!<br />
Alla fine prevalse una soluzione ragionevole: presero due robuste tavole di legno, le inchiodarono sulla porta a mo’ di croce di Sant’Andrea e la sede dell’esattoria venne sprangata.<br />
Quindi parlarono delle cartelle esattoriali che ognuno aveva portato con sé. Bisognava decidere cosa farne. La soluzione fu trovata immediatamente e questa volta nessuno fece obiezioni. Le accatastarono tutte in mezzo alla piazza, una sopra l’altra, dettero fuoco al mucchio e ne fecero un gran bel falò.<br />
A Caserta, evidentemente, si venne a sapere di come si erano comportati i valligiani. Le autorità competenti, infatti, scandalizzate dall’insulso ed inaccettabile atteggiamento di quei montanari incivili, decisero di ricorrere alle maniere forti. La legge è legge e va rispettata e fatta rispettare ovunque, da tutti e con ogni mezzo. Come potevano farsi intimidire da quattro pecorai pidocchiosi e ignoranti di un piccolo e sperduto paese di montagna che non risultava nemmeno sulle carte geografiche? Visto che se l’erano cercata, la lezione sarebbe stata esemplare.<br />
*<br />
Una bella mattina si sparse la voce che stava per arrivare in paese un importante personaggio della provincia, accompagnato dall’esattore e scortato da un grosso esercito di carabinieri, poliziotti e militari.<br />
I valligiani si mobilitarono immediatamente. Si ritrovarono in piazza e, senza troppi discorsi, decisero che avrebbero resistito. Il governo vuole la guerra? E guerra sia!<br />
Ma bisognava organizzarsi bene: i più piccoli, Damnic in testa, forniti di sacchetti pieni di chiodi a tre o quattro punte, furono mandati a spargerli lungo la via nuova; i cacciatori si piazzarono con i loro fucili sulle finestre, pronti ad aprire il fuoco; tutte le donne incinte vennero requisite e portate in municipio.<br />
Luisella e Menechella la sargentessa riagganciarono la corda col cappio al balcone del comune e minacciarono anche il sindaco e il segretario comunale perché sembravano più disposti a trattare col nemico che alla resistenza ad oltranza. Tutti gli altri si attestarono in piazza, armati di falci, bastoni e forconi.<br />
La prima sorpresa per l’esercito provinciale fu quella dei chiodi: molte vetture si ritrovarono con le gomme a terra. Il comandante fu costretto a fermare la colonna e ordinò ai suoi uomini di provvedere alla sostituzione. Gli ci volle un bel po’ di tempo, perché alcune camionette avevano più di una gomma bucata e dovettero far ricorso anche alle ruote di scorta degli altri mezzi.<br />
Il comandante, però, non era uno stupido e capì che, prima di riprendere il viaggio verso il paese, era necessario spazzare via i chiodi che, a centinaia, metro dopo metro, infestavano la strada. Quando seppe che il suo esercito non aveva neanche una ramazza, si arrabbiò. Come facevano a raccoglierli uno per uno con le mani? Non avevano mica tempo da perdere! Poi gli venne l’idea giusta e ordinò ai militi di costruire immediatamente delle ramazze. Così fecero e, dopo un paio d’ore, la via nuova era stata bonificata.<br />
Era veramente un esercito sproporzionato: tra carabinieri, poliziotti e militari si potevano contare almeno trecento unità. Neanche durante l’ultima guerra mondiale si erano visti tanti uomini armati a Valle Agricola!<br />
Arrivati all’imbocco del paese, formarono una lunghissima colonna di vetture e camionette lungo tutta la via nuova, da ‘ncopp’a Duretula fino alla lontana fontana della Cerqua. Era uno spettacolo!<br />
Scesero dai mezzi e, con in testa il loro comandante e il personaggio della provincia, si avviarono a piedi verso la piazza per poi raggiungere ed occupare la sede del potere, il municipio.<br />
Fatti pochi metri, però, videro spuntare da ogni finestra le canne dei fucili dei cacciatori e si fermarono. Il comandante chiese un megafono. Non c’era. Allora decise di farne a meno e, con tutta la voce che aveva in gola, ordinò ai valligiani di consegnare le armi.<br />
- Vienitele a prendere, se ne hai il coraggio! – disse una voce da una finestra.<br />
- Non sono venuto in questo paese per farmi sfottere – replicò il comandante – e vi conviene obbedire e non farmi perdere la pazienza!<br />
Lì per lì nessuno rispose. Ci fu un attimo surreale di silenzio. Improvvisamente s’udì una solenne pernacchia. Da dietro le finestre e per la strada tutti cominciarono a scompisciarsi dalle risate.<br />
Il comandante rimase allibito. Quando si rinvenne, si arrabbiò terribilmente e dovettero quasi tenerlo. Poi chiamò un paio di subalterni e disse loro di tenersi pronti perché avrebbe dato l’ordine di sparare.<br />
- Che cacchio dici! – gli fece con durezza ed apprensione il personaggio della provincia, che aveva ben sentito le parole del comandante.<br />
- Non lo vedi che sono costretto? – si difese lui.<br />
- Non fare stronzate, per favore! – tagliò corto il personaggio.<br />
Dopo un lungo consulto e un sacco di parolacce, il comandante prese una decisione irrevocabile: ordinò ai suoi di passare ugualmente e di marciare verso il municipio e, se qualcuno di quei villani avesse sparato, essi avrebbero risposto al fuoco.<br />
- Me ne assumo io tutte le responsabilità!<br />
Nell’aria la tensione si tagliava col coltello. Cosa sarebbe accaduto se da una finestra fosse partito un colpo, magari solo per sbaglio? Naturalmente, nessuno sparò.<br />
- Fateli avanzare – disse sogghignando un vecchiettino che, avendo fatto la prima guerra mondiale, era esperto di strategia militare, - che poi li facciamo tutti prigionieri!<br />
L’esercito, circondato dai valligiani che agitavano paurosamente i forconi ma senza fare danni, oltrepassò la piazza e raggiunse la sede del comune.<br />
Il comandante, nervosissimo, vide il cappio appeso al terrazzo e ordinò di farlo togliere. Un poliziotto, sollevato a braccia da un paio di colleghi, recise la corda con un coltello.<br />
A questo punto non restava che occupare la sede, ma le sorprese non erano certo finite.<br />
Sulle scale del municipio ecco tutte le donne incinte del paese!<br />
Quando i primi militari provarono a salire, queste si strinsero l’una all’altra, ostruendo di fatto il passaggio e, prima che qualcuno potesse avvicinarsi, cominciarono ad urlare come se quegli uomini le stessero già spingendo.<br />
- Se mi metti un dito addosso – diceva una – giuro che mi tiro giù per le scale e poi sono cazzi tuoi.<br />
- Fate largo! – urlò imbestialito il comandante.<br />
- Devi passare sopra le nostre pance! – risposero le donne in coro.<br />
Sulla strada la folla cominciò a rumoreggiare.<br />
- Non vi permettete di toccare le nostre donne!<br />
La situazione si faceva ancor più delicata. Un conto è attaccare degli uomini che oppongono resistenza, altro conto è maltrattare delle inermi donne incinte. Se succede un guaio ad una di esse, non ti salvi più.<br />
- Questi figli di puttana l’hanno studiata proprio bene! – mugugnava il personaggio della provincia.<br />
Il comandante non sapeva che pesci prendere. Le donne continuavano a gridare. Fu costretto a dare l’ordine di non toccarle.<br />
Poi, però, perse definitivamente la pazienza e ordinò personalmente alle donne incinte di togliersi dai piedi, altrimenti non avrebbe risposto delle proprie azioni.<br />
Queste urlarono ancora più forte e la gente per strada cominciò a pressare con i forconi. Apparvero anche i cacciatori con i fucili a tracolla.<br />
Il personaggio della provincia, che mai avrebbe immaginato di trovarsi in un casino del genere, continuava a ripetere al comandante di non fare stronzate.<br />
Questi, allora, un po’ per intimidire la folla e un po’ per non passare da fesso, pensò di fare arrestare qualcuno di quelli che avevano il fucile. Il motivo? Resistenza armata.<br />
- Ma quale resistenza armata! Non lo vedi che i fucili sono scarichi?<br />
Ancora una volta il comandante ci passò da biscaro, come si dice a Lucca.<br />
*<br />
Forse, più tardi, lui e il personaggio importante riuscirono anche a parlare con il sindaco e il segretario, ma si erano ormai resi conto che con quella gente c’era poco da fare.<br />
Meglio tornarsene a Caserta. Anche perché cominciava a far buio e nessuno degli invasori aveva ancora messo nulla di solido sotto i denti. Il comandante non voleva neanche sentirne parlare, ma alla fine, convinto a malincuore dal personaggio della provincia che non vedeva l’ora di lasciare quel paese, ordinò ai suoi la ritirata<br />
Ma in serbo per loro non poteva non esserci un’ultima sorpresa.<br />
Quando, sconsolati, tornarono alle camionette per riprendere la via del ritorno, trovarono ancora una volta le gomme delle ruote bucate.<br />
Erano stati i fantastici ragazzi di Valle. Non potevano mica rimanere con le mani in mano, mentre il paese veniva invaso dal nemico! Si erano muniti di arnesi vari e ne avevano bucato il maggior numero possibile.<br />
Poiché le gomme erano dure, Damnic era andato a cercarsi gli attrezzi adatti nella falegnameria del papà. Armato prima di chiodo e martello, poi di punteruolo e quindi di una sega, anche lui aveva fatto il suo dovere.<br />
Immaginate un po’ come ci rimase il comandante!<br />
Senza dubbio si sarà pentito di aver dato retta al personaggio della provincia e di non aver messo a ferro e fuoco quel paese di rivoluzionari e di evasori. </p>
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		<title>2006 - Un anno coi fiocchi</title>
		<link>http://domenicoriccio.blog.ijijiji.com/2006-un-anno-coi-fiocchi/29</link>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2007 11:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Attualità</category>
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		<description><![CDATA[	“2006 - Un anno coi fiocchi” è l’ultima opera letteraria di Domenico Riccio, ex vicesindaco di Lucca, che sarà pubblicata nei prossimi giorni.
Si tratta di riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e culturali dell’autore che fanno riferimento al 2006, uno degli anni più brutti di Riccio, specie nei primi mesi, quando ruppe ogni rapporto con l’ex [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>“2006 - Un anno coi fiocchi” è l’ultima opera letteraria di Domenico Riccio, ex vicesindaco di Lucca, che sarà pubblicata nei prossimi giorni.<br />
Si tratta di riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e culturali dell’autore che fanno riferimento al 2006, uno degli anni più brutti di Riccio, specie nei primi mesi, quando ruppe ogni rapporto con l’ex sindaco e decise di lasciare la giunta comunale.<br />
L’autore ha sentito il bisogno di ripercorrere i momenti più critici, più rilevanti dell’anno scorso, quelli che hanno lasciato un solco nei suoi sentimenti, nella sua esperienza di vita.<br />
Ma gli avvenimenti descritti in questo libro (Nicola Calabria editore, costo € 10) non riguardano solo la vita di Riccio. I disastri del centrodestra al comune di Lucca e alle elezioni provinciali, infatti, hanno segnato la vita politica di tutti i lucchesi; sì come la vittoria di Prodi e la politica del governo di centrosinistra, fatta di tasse e di litigiosità, hanno influito sulle sorti dell’intera nazione.<br />
E’ diviso in tre parti.<br />
Nella prima si trova il resoconto dei fatti, soprattutto politici, di un anno difficile da dimenticare che solo ironicamente Riccio definisce “un anno coi fiocchi”.<br />
Nella seconda parte sono riportati alcuni “pezzi” dell’autore riguardanti personaggi e tradizioni lucchesi: da Puccini a Catalani, Da Batoni ad Alessandro II e a Lucio III, dalla Madonna dello stellario alle “sorche dei cuoiai”.<br />
La terza parte, infine, è riservata a riflessioni di più ampio respiro, che vanno dalla storia alla politica, dalla cultura al sociale. </p>
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		<title>Una partita a scacchi con Napoleone</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Feb 2007 15:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>General</category>
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		<description><![CDATA[	Napoleone Bonaparte è stato senza dubbio un grande appassionato di scacchi, ma forse non è mai stato, a dispetto di ciò che si pensa, un giocatore di grande livello.
La spettacolare partita che vi propongo è comunque attribuita a lui e sarebbe stata giocata contro il Generale Bertrand nel 1820, quando si trovava in esilio sull’isola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Napoleone Bonaparte è stato senza dubbio un grande appassionato di scacchi, ma forse non è mai stato, a dispetto di ciò che si pensa, un giocatore di grande livello.<br />
La spettacolare partita che vi propongo è comunque attribuita a lui e sarebbe stata giocata contro il Generale Bertrand nel 1820, quando si trovava in esilio sull’isola di Sant’Elena.<br />
Anch’io sono un appassionato di scacchi (ma scacchista dilettante) e mi sono divertito ad illustrarla a modo mio.<br />
Se conoscete la nobile arte del gioco degli scacchi, prendete una scacchiera, disponete i pezzi, seguite le mosse indicate e&#8230; buon divertimento. </p>
	<p>1. Il Pedone in e2 va in e4. Napoleone, che ha sempre odiato gli inglesi, inizia questa sua battaglia con un&#8217;apertura scozzese e porta il suo primo soldato (pedone) al centro del campo, liberando il raggio d&#8217;azione sia alla regina che all&#8217;alfiere. 1.. Il Pedone in e7 va in e5. Il generale Bertrand non si fa intimorire e col suo soldato blocca la possibile avanzata dell&#8217;avversario, aprendo a sua volte le linee all&#8217;alfiere e alla regina.<br />
2. Il Cavallo in g1 va in f3. Napoleone sorride e fa subito scendere in campo il suo primo cavallo bianco, attaccando il soldato nemico che, poverino, è rimasto indifeso in mezzo al campo. 2.. Il Cavallo in b8 va in c6. Ma Bertrand non abbandona il suo soldato e decide di difenderlo portando anch&#8217;egli in campo il cavallo nero che è alla sua destra.<br />
3. Il Pedone in d2 va in d4. Napoleone, intrepido, manda avanti un altro soldato, che si affianca al primo e attacca ancora il soldato nemico, ma rimane a sua volta sia sotto il tiro del cavallo che dello stesso soldato nemico. Le guerre bisognerebbe non farle, ma quando si è in campo la vita di un soldato è funzionale alla vittoria finale. 3.. Il Cavallo in c6 cattura il Pedone in d4. Bertrand, però, non è uno sprovveduto, conosce le regole della guerra ed è convinto che la miglior difesa è l&#8217;attacco. E col suo cavallo fa un sol boccone del soldato nemico.<br />
4. Il Cavallo in f3 cattura il Cavallo in d4. Ma Napoleone è Napoleone, nonostante sia confinato nell&#8217;isola di Sant&#8217;Elena, e non sopporta un&#8217;offesa del genere. E col suo cavallo bianco ferisce a morte il cavallo avversario. 4.. Il Pedone in e5 cattura il Cavallo in d4. E Bertrand, che non si fa intimidire, col suo semplice soldato cattura e porta via il cavallo di Napoleone.<br />
5. L’Alfiere in f1 va in c4. Nella situazione che si è creata, io avrei pensato immediatamente di catturato il soldato nero con la mia potente regina. Ma Napoleone è un genio militare che non ha eguali e non si accontenta, o forse non si degna, di prendersela con un misero soldato indifeso. Egli nutre ambizioni ben più grandi: vuole attaccare direttamente il re nemico. Sa che per vincere la battaglia deve arrivare al re avversario e allora il suo alfiere punta le sue armi contro il soldato che difende il lato sinistro della posizione occupata dal re di Bertrand. 5.. L’Alfiere in f8 va in c5. E Bertrand cosa fa? Ringrazia per avere ancora in vita il suo soldato e decide di difenderlo ponendo l&#8217;alfiere alle sue spalle. Avrebbe potuto addirittura fare scacco al re di Napoleone, ma non ha osato tanto; e poi sarebbe stato inutile, perché l&#8217;alfiere di Napoleone sarebbe immediatamente accorso in aiuto del suo re, anche a costo di sacrificare la propria vita.<br />
6. Il Pedone in c2 va in c3. Con la calma dei grandi Napoleone spinge avanti un altro soldato e lo pone addirittura sotto il tiro del soldato nemico. Egli sa che, se il soldato di Bertrand avesse colpito il suo, sarebbe stato a sua volta eliminato dall&#8217;altro cavallo bianco, che non avrebbe avuto remore a buttarsi nella mischia. 6.. La Regina va in e7. E il soldato di Betrand, infatti, rimane al suo posto; anche perché s&#8217;accorge che la sua regina scende direttamente in campo, attaccando il soldato rimasto nel centro e minacciando di dare scacco al re.<br />
7. Arrocco. A questo punto Napoleone fa una mossa speciale: lascia indifeso il suo soldato e mette al sicuro il proprio re dietro la torre, che adesso è pronta ad entrare nel vivo del gioco e a fare un brutto scherzo all&#8217;avversario. 7.. La Regina va in e5. Ma Bertrand è un generale di provata esperienza e non casca nella trappola preparata dal suo insigne rivale. La sua regina, infatti, avrebbe potuto fare un sol boccone del soldato nemico, ma non lo fa. Gli si piazza dietro, lasciandolo in vita. Ha ben capito che, se lo avesse eliminato, la sorte della stessa regina sarebbe stata ineluttabilmente segnata. La torre di Napoleone, infatti, l&#8217;avrebbe subito attaccata di petto e lei, per salvare il suo re, sarebbe stata costretta a sacrificare addirittura la sua vita.<br />
8. Il Pedone in f2 va in f4. Napoleone, che non è abituato a perdere tempo, avanza un altro soldato e attacca direttamente la regina. 8.. Il Pedone in d4 cattura il Pedone in c3 e scopre l’Alfiere nella casella c5 che dà scacco al Re. E cosa fa Bertrand? Invece di preoccuparsi di spostare la regina, che è sotto il tiro del soldato di Napoleone, avanza il soldato già difeso dall&#8217;alfiere, cattura un soldato di Napoleone e contemporaneamente apre la via al suo alfiere che mette il re nemico sotto scacco.<br />
9. Il Re va in h1. Napoleone appare in difficoltà. Non può far altro che spostare il suo re per sottrarlo alla minaccia dell&#8217;alfiere. 9.. Il Pedone in c3 cattura il pedone in b2. Come! Bertrand non sposta ancora la sua regina che può essere infilzata dal soldato di Napoleone? Ah, ecco! Bravo Betrand! Ha calcolato ogni cosa nei minimi particolari. E col suo soldato abbatte un altro soldato di Napoleone e si avvicina pericolosamente a minacciare sia l&#8217;alfiere che la torre. E se il soldato di Napoleone si azzardasse a trafiggere la sua regina, il suo soldato farebbe fuori la torre e, raggiungendo la linea di base dell&#8217;esercito napoleonico, diverrebbe un mutante e dal suo sacrificio sarebbe rinata la regina.<br />
10. L’Alfiere in c4 cattura il Pedone in f7 e dà scacco al Re. Le operazioni per Napoleone sembrano complicarsi. Potrebbe col soldato uccidere la regina avversaria, ma questa, come abbiamo visto, sarebbe rinata e, per di più il suo esercito ci avrebbe rimesso anche una torre. Potrebbe liberarsi con l&#8217;alfiere del soldato avanzato nemico, che già tanti guai gli ha procurato, ma consegnerebbe lo stesso alfiere nelle mani della regina di Bertrand. E allora si ferma e riflette. Gli scacchi e le battaglie sono fatte così. E lui, che ne ha combattute tante, lo sa. Se sbagli una mossa nel momento cruciale, non hai più scampo! Riflette ancora e finalmente i suoi occhi si illuminano e&#8230; la decisione è presa. Scaraventa l&#8217;alfiere avanzato sul soldato che difende il lato sinistro del re, lo elimina e fa scacco, pronto ad immolare la sua esistenza per la causa. 10.. Il Re va in d8. Bertrand sorride. Il suo re farà un sol boccone dell&#8217;alfiere, che sembra essersi lanciato come un kamikaze, ma prima di agire riflette. Sa che il suo avversario in fatto di battaglie ne sa una più del diavolo, che non può fidarsi di lui e che, se ha mandato il suo alfiere allo sbaraglio, un motivo ci deve pur essere. Ed eccolo ora chiaro nella sua mente, il motivo! Se elimina l&#8217;alfiere, il soldato di Napoleone fa fuori la regina ed apre la strada alla torre che rimette sotto scacco il re. Davvero ben congegnato! Bertrand è costretto a lasciare in vita l&#8217;alfiere e limitarsi a togliere il re dallo scacco.<br />
11. Il Pedone in f4 cattura la Regina in e5. Per Napoleone è giunto il momento di far fuori la regina nemica col soldato che le era alle costole da un pezzo. 11.. Pedone in b2 cattura la Torre in a1 e riporta in vita la sua Regina. E come era nelle previsioni, il soldato avanzato di Bertrand, proprio quello che aveva già fatto strage di soldati nemici, cattura la torre di Napoleone, sacrifica la propria vita, diventa mutante e ridona la vita alla sua regina.<br />
12. l’Alfiere in f7 cattura il Cavallo in g8. Dopo l&#8217;attacco al re, l&#8217;alfiere di Napoleone potrebbe rimanere al suo posto e consentire al suo cavallo, braccato dalla regina avversaria, di mettersi in salvo. Invece decide di catturare anche il cavallo avversario, mettendo nuovamente a repentaglio la sua vita. 12.. L’Alfiere in c5 va in e7. Bertrand d&#8217;istinto sta per eliminare quel rompiscatole di alfiere nemico con la sua torre. Ancora una volta, però, non si fida e fa bene. Riflette e non gli ci vuole molto per rendersi conto dell&#8217;altro tiro mancino preparato dal suo astuto rivale. Se avesse fatto fuori l&#8217;alfiere, infatti, Napoleone avrebbe subito portato la regina nella casella b3 minacciando la torre e, nella mossa successiva, avrebbe intrappolato la regina di Bertrand con l&#8217;alfiere in b2. Ancora una volta, dunque, è costretto a lasciar perdere l&#8217;alfiere avversario e decide di portare il suo a difesa del re che si trova in posizione alquanto precaria.<br />
13. La Regina va in b3. Napoleone porta comunque la regina nella posizione temuta dall&#8217;avversario. 13.. Il Pedone in a7 va in a5. E il generale Bertrand comincia ad andare nel pallone. Avrebbe l&#8217;occasione per liberare la regina da quell&#8217;angolo molto rischioso, eliminando il soldato napoleonico che l&#8217;aveva uccisa prima di rigenerarsi e portandosi in una posizione molto più efficace anche per difendere il suo re. Invece si ostina a lasciarla dov&#8217;è e sposta il suo soldato da a7 in a5. Cosa gli è passato per la mente? Ha pensato che, se Napoleone avesse intrappolato la regina con l&#8217;alfiere in b2, lui avrebbe ricambiato pan per focaccia avanzando il soldato in a4 e attaccando a sua volta la regina avversaria. Convinto di aver fatto una mossa intelligente, ha invece segnato la sua sconfitta.<br />
14. La Torre in f1 va in f8 e dà scacco al Re. C&#8217;è poco da dire. Questa è una mossa degna davvero di una mente geniale! Napoleone non ci pensa neanche lontanamente a mettere il suo alfiere in b2. Guarda la posizione dei due eserciti, sorride soddisfatto, quindi manda la sua torre al sacrificio e annuncia la sconfitta di Bertrand in cinque mosse. 14.. L’Alfiere in e7 cattura la Torre in f8. Solo ora Bertrand si rende conto che il suo re è destinato a subire una rapida disfatta e non può far altro che eliminare la torre con l&#8217;alfiere.<br />
15. L’Alfiere in c1 va in g5 e dà scacco al Re. Napoleone lancia anche l&#8217;altro alfiere contro il re avversario. 15.. L’Alfiere in f8 va in e7. Bertrand è costretto a chiamare in aiuto del suo re l&#8217;alfiere che ha eliminato la torre. Se invece avesse pensato di spostare il re, la battaglia sarebbe finita immediatamente con lo scacco matto procurato dalla regina di Napoleone in f7.<br />
16. L’Alfiere in g5 cattura l’Alfiere in e7 e dà scacco al Re. Col suo alfiere Napoleone elimina l&#8217;ultimo difensore del re, rifacendogli scacco. 16.. Il Re cattura l’Alfiere in e7. Il re di Bertrand si difende come può e cattura l&#8217;alfiere di Napoleone, ma è ormai consapevole che l&#8217;ora fatale sta per scoccare.<br />
17. La Regina va in f7 e dà scacco al Re. E Napoleone porta avanti la regina, che è pronta a dare il colpo di grazia al re avversario. 17.. Il Re va in d8. Povero Bertrand! Non sa proprio più cosa fare per salvare il suo re.<br />
18. La Regina va in f8 e dà scacco al Re. Il re del generale Bertrand non ha più scampo. La battaglia è terminata.<br />
E&#8217; scacco matto! </p>
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		<title>Giacomo Puccini e la topa di Capannori</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Feb 2007 17:11:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Romanzi</category>
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		<description><![CDATA[	Giacomo Puccini ha vissuto nel tempo in cui la topa era ancora sul campanile della chiesa di San Quirico e Giuditta. Capannori era un piccolo centro della piana lucchese famoso per essere il “paese della topa”, quindi tutti a Lucca ne avevano sentito parlare. E Puccini ne conosceva bene anche la forma e il significato.
Mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Giacomo Puccini ha vissuto nel tempo in cui la topa era ancora sul campanile della chiesa di San Quirico e Giuditta. Capannori era un piccolo centro della piana lucchese famoso per essere il “paese della topa”, quindi tutti a Lucca ne avevano sentito parlare. E Puccini ne conosceva bene anche la forma e il significato.<br />
Mi piace immaginare il grande maestro che passa in carrozza per Capannori, si ferma sul piazzale antistante la chiesa, alza gli occhi verso il campanile, guarda curioso quella brutta faccia con i due grossi labbroni che si aprono e si chiudono al rintocco delle ore ed osserva pensieroso l’intera immagine che rappresenta la morte col falcione in mano ed avverte inesorabile: “Nescis qua hora veniam”!<br />
Cosa avrà pensato? Quale sarà stata la sua prima reazione istintiva? Lascio la risposta a voi intenditori, a voi che avete pazientemente sviscerato tutti i meandri dell’animo e del carattere dell’insigne maestro. Io, al suo posto, avrei aperto entrambe le mani e avrei subito richiuso i medi e gli anulari, tenendoli ben fermi con i pollici. Poi mi sarei anche toccato.<br />
E’ stato Franco Ravenni a dirmi per la prima volta dell’esistenza di una lettera di Puccini nella quale era citata la topa di Capannori. Era venuto a trovarmi in ufficio per discutere di questioni di vario genere. Prima di lasciarmi, mi ha chiesto se potevo sostituirlo in un incontro del giorno successivo presso la sede di Forza Italia, avendo egli già programmato di recarsi con la famiglia in montagna per il fine settimana. Con lui sarebbe partita anche la sorella Gabriella. Dopo avergli assicurato la mia presenza alla riunione, ho pensato di regalargli una copia del mio ultimo libro “Il seminarista”. Gliene ho consegnato due, una per lui e l’altra per Gabriella.<br />
- Così avete qualcosa da leggere e non vi annoiate.<br />
Vedendo i libri, gli è venuta in mente la lettera del maestro.<br />
- Chiama mia sorella - mi ha detto. - Lei conosce una lettera di Puccini in cui si parla della topa di Capannori. Potrebbe servirti per il libro.<br />
Si riferiva al libro sulla topa di Capannori, a questo. Franco ne era a conoscenza, perché ne avevo già dato notizia alla stampa locale, che l’aveva pubblicata in cronaca di Lucca, in occasione della presentazione all’hotel Alexander dell’altro mio libro “I racconti dell’infanzia di Damnic”.<br />
Non avrei mai immaginato che anche il maestro Puccini si fosse in qualche modo interessato della topa di Capannori.<br />
- Non ci posso credere! - ho esclamato.<br />
- Potresti fare addirittura uno scoop! - ha aggiunto Franco. - Credo che la lettera sia inedita e potresti essere il primo a pubblicarla.<br />
- Magari! E che dice la lettera?<br />
- Questo proprio non lo so. Devi sentire Gabriella.<br />
Appena mi è capitato di incontrare Gabriella Ravenni, che tra l’altro è direttrice della Fondazione Puccini, le ho subito chiesto della lettera del maestro e lei me ne ha confermato l’esistenza.<br />
- “Devi mettere un cartello come la topa di Capannori!”, così mi sembra che abbia scritto Puccini - ha spiegato Gabriella - in una lettera inviata al cognato. - Sai - ha aggiunto sorridendo, - quando ci è capitato di leggerla per la prima volta, non si è mica capito a cosa volesse riferirsi! Nessuno di noi sapeva ancora della topa di Capannori!<br />
- Dov’è che il cognato avrebbe dovuto mettere il cartello?<br />
- Davanti alla porta della casa del maestro, quella in corte San Lorenzo. In sostanza Puccini gli chiedeva di apporre un cartello ben visibile, appunto come la topa di Capannori, così sarebbe stato più facile affittare la casa, visto che lui ormai viveva a Milano già da un pezzo e la casa di Lucca era ancora sfitta.<br />
- Puoi farmela avere una copia della lettera?<br />
- Certamente! La cerco e appena la trovo ti chiamo.<br />
Nel frattempo è venuto a trovarmi Oriano De Ranieri, giornalista della Nazione e autore di un interessante libro sul maestro lucchese intitolato “Giacomo Puccini: luoghi e sentimenti”. Dopo avermi chiesto, come fanno ogni mattina i giornalisti della stampa locale, se avevo notizie da far riportare in cronaca di Lucca, il discorso è scivolato, non ricordo come, sulla topa di Capannori.<br />
- Lo sai - ha detto Oriano - che anche Giacomo Puccini parla della topa di Capannori in una sua lettera?<br />
- Sì, lo so. Ma tu come fai a saperlo?<br />
- Tra i documenti che ho usato per il mio libro c’era anche quella lettera.<br />
- E perché nel libro non l’hai menzionata?<br />
- Perché lo spazio era limitato.<br />
- Penso che tu abbia fatto un errore a non riportare una cosa così simpatica.<br />
- Penso anch’io, ma ormai è pubblicato.<br />
- Meglio! Così potrò inserirla nel mio libro.<br />
- Siamo tutti in attesa di leggere il tuo libro sulla topa.<br />
- Puoi farmi avere una copia di quella lettera? Dovrebbe portarmela Gabriella Ravenni, ma se me la fai avere prima, mi fai un piacere.<br />
- La cerco oggi stesso e domattina te la porto.<br />
Oriano è stato di parola e l’indomani ho avuto la lettera del maestro. Ma c’è stata una simpatica sorpresa.<br />
Ho cominciato a leggere.<br />
“Milano, 28 dicembre 1898. Puccini alla sorella Ramelde - Pescia”.<br />
- Perché è indirizzata alla sorella? - mi son subito chiesto. - Non doveva essere indirizzata al cognato? Strano che la Gabriella non sia stata precisa! Mah! Andiamo avanti.<br />
“Cara Ramelde,<br />
tu festi il Natale a letto? Io quasi. Siamo tutti un po’ raffreddati. Ora spero sarai guarita e con te Tetto. Qui è venuto il freddo ora. Io lavoro e vado avanti un po’ lentamente ma questo è il solito mio modo. Milano m’è diventata d’un uggioso tale da farmi avere i nervi sempre o quasi.<br />
Per me la campagna è un bisogno, è un’urgenza come quando scappa forte e c’è gente e non si può fare! Vorrei essere a Torre, (perché Torre per me è l’ideale), tu non dividi: è meglio così perché me lo tengo per me tutto. Vorrei esserci solo di persone civili (almeno mi credo tale) senza Ginori, Caarabbia, Tordello, Boccia, baccello, il Sor Ugenio, (quello ci vuole per il furtarello che tiene sveglia l’intelligenza al proprietario e acuisce vieppiù il giro pesca della tranquillità poverella del paese benedetto dalla natura).<br />
Ora devi sapere che sono quasi le tre di notte, tutto tace e dorme. Ho scritto dieci lettere e gli occhi mi si chiudono come trappole di topi, svelte svelte. Scrivo perché voglio veder coperto il foglio di questo carattere nervoso e irregolare come i miei pensieri. E’ proprio vero dal carattere si conosce il carattere. Che massima profonda! Anzi, meglio, che massimina profonda&#8230; Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori”.<br />
- Eccola finalmente la frase che riguarda la topa di Capannori! Però non è quella di cui mi aveva parlato la Gabriella! Sarà scritta più avanti.<br />
Ho proseguito nella lettura.<br />
“Salutami il fagianaio scoppialatore al vento, poveraccio! E’ crudeltà la mia ma alle tre di notte è permesso diventare crudeli, quasi Tommasi. Quest’estate andrò all’Abetone, se non cambio idea come cambio spesso carattere. A marzo vorrei andare a Torre. Secondo il lavoro che è il primo mio pensiero, perché se il lavoro non riesce terso come un cristallo, io posso cader di quarto come fece Sesto Caio Baccelli che, bevendo un quinto, si trovò che, invece di andare a Roma dove regnava allora Pio Nono, si ritrovò invece a Diecimo.<br />
Addio, auguri a tutti, aff. G. Puccini. Saluti e auguri a Dide e Otilia.”<br />
Ma qui non c’è nessun accenno al cartello grande come la topa di Capannori! La cosa non mi quadra. La Gabriella è una profonda conoscitrice del maestro, una delle più grandi, e se mi ha parlato di un cartello, sono sicuro che non se l’è sognato. Vuoi vedere che esiste una seconda lettera?<br />
La mia tesi non era sbagliata. Dopo qualche giorno, infatti, Gabriella Ravenni mi ha fermato in via Santa Giustina e mi ha consegnato la copia di entrambe le lettere.<br />
- Sì. Ne ho trovato anche un’altra che parla della topa di Capannori! - ha detto. - Purtroppo, però, non puoi fare nessuno scoop. Le lettere non sono inedite, sono già state pubblicate nel 1973 da Arnaldo Marchetti nel libro &#8220;Puccini com&#8217;era&#8221;, edizione Curci, Milano.<br />
Peccato per lo scoop! Comunque l’ho ringraziata di cuore e ho letto immediatamente la seconda lettera, quella intestata al cognato.<br />
“Milano, 7 gennaio 1899. Puccini al cognato Raffaello Franceschini - Lucca”<br />
“Caro Raffaello,<br />
sono le due di notte. Lavoro ma n’ho poga voglia. Penso a Punta Grande, e mi consolo. Ramelde è ciottoro? Passerà, te lo di’o io. Son nervi, dice ‘arola. Domani è domeni’a. Al tocco vien Carignani a prendermi. Si va un pogo in giro, ma questa Milano mi fa vomitare, non la posso soffrire, ma ci sto pogo perché a marzo porto via le palle. Lunedì alle 12,30 parto per cinque o sei giorni e vado a Parigi (nespole, dici te). E’ proprio per mi’ sfogo perché non c’è bisogno che parta. Ho voglia d’un po’ d’aria. Tu andresti sulle mura e io vado a Parigi. Ritornerò per Lyon, Marseille, Montecarlo, dove voglio tentare il fante (porto poghi bigèi, poghi bene, perché me mi trombano pogo). C’è la rèprise di Bohème l’11 all’Opèra-Comique e io ci vado per mio gusto. Faccio bene o faccio male? Parigi mi piace, miga Milano! Non di’o miga che Milano non sia miga e che non abbia miga (vedi Ussero, Cerù, Pisa) ma non son cose per te, non le ‘apisci. Le ‘apirà colei che ha le gomita ripiene di grasso e dice che son gonfie&#8230; Saranno, poveraccia! Sia per non detto.<br />
Ho ricevuto ora una letterona della Cavallo da Marsiglia, entusiasmata di Bohème che ha avuto uno dei soliti schifosi trionfi al Grand Théatre. Ora con quel&#8230; culotto, quasi quasi&#8230; ‘mbè vedremo. Tutti dormono e io sono lìllare e gaio. C’è un caldino qui. Sono in maniche di camicia. Domani incigno un vestito. Martedì alle 6 di mattina sono a Parigi. Tornerò dopo 3 giorni di permanenza. Occupati della casa (affitto) e smetti la burletta. Perdio, di tanti che la volevano, sono spariti tutti? Fa’ fare un cartello come la topa di Capannori”.<br />
- Eccolo qui il cartello!<br />
Quindi ho finito di leggere.<br />
“Salutami la malata che a quest’ora sarà guarita e se no, gliel’auguro che avvenga subito. Forse prendo una bandita qui nelle vicinanze di Milano (300 lirette all’anno) almeno potrò nell’inverno farmi un po’ di moto.<br />
Scrivimi Paris, 12 Rue de Lisbonne, chez Ricordi.<br />
Saluti a tutti, tuo aff. G. Puccini.<br />
P.S. Dimmi: Caselli è vivo o morto? Informati e riferiscimi”.<br />
La frase sulla topa della prima lettera mi è piaciuta di più. </p>
	<p>(dal romanzo “La topa di Capannori” di Domenico Riccio)</p>
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		<title>Le foibe e l&#8217;esodo forzato (di Domenico Riccio)</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Dec 2006 13:08:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Attualità</category>
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		<description><![CDATA[	Grazie all’amico Orlando Sabatti che me lo ha prestato, ho letto con grande interesse l’ampio volume (720 pagine) di Padre Flaminio Rocchi “L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati”.
E’ un libro che dovrebbero leggere tutti, indispensabile per capire la tragedia delle foibe e dell’esodo forzato di quegli italiani. Le pagine, molto chiare e incisive, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Grazie all’amico Orlando Sabatti che me lo ha prestato, ho letto con grande interesse l’ampio volume (720 pagine) di Padre Flaminio Rocchi “L’esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati”.<br />
E’ un libro che dovrebbero leggere tutti, indispensabile per capire la tragedia delle foibe e dell’esodo forzato di quegli italiani. Le pagine, molto chiare e incisive, non trasudano odio, ma sono pregne di verità, di forti verità che scuotono, che incidono un segno profondo nella coscienza e nella memoria.<br />
Nell’introduzione alla quarta edizione del volume (Associazione Nazionale “Difesa Adriatica” editrice, Roma 1998), si legge tra l’altro: “Il Partito Comunista Italiano ha coperto con menzogne politiche questa tragedia”… “Nella storia scritta dai vincitori – Luciano Violante, 1996 – una particolare condiscendenza fu usata per Tito. Le foibe furono un genocidio, ma dovevano scomparire”… “Le foibe sono eccidi di indicibile ferocia – Giovanni Pellegrino, senatore Pds, 1997. - Non possiamo dividerci tra destra e sinistra. Con la verità bisogna fare i conti sempre”… “Non c’è differenza fra gli stermini nazisti e quelli comunisti – Leo Valiani, fiumano antifascista e senatore a vita, 1996. – I comunisti italiani hanno taciuto sulle foibe perché i responsabili infoibatori erano comunisti”… “Chiedo perdono a questi morti – Francesco Cossiga, in ginocchio sulla foiba di Basovizza, 1991 – perché sono stati dimenticati dai vivi”.<br />
Sono 12 mila gli italiani morti fra atroci sofferenze nelle foibe. 350 mila (il 90% del totale) gli italiani istriani, fiumani e dalmati costretti a fuggire per salvare la vita. 50 mila i bambini. L’esodo comincia verso la fine del 1943 e raggiunge il massimo tra il 1947 e il 1948. A Venezia i primi profughi vengono accolti dai comunisti con fischi e sputi. In Italia vengono allestiti 109 campi di raccolta. Hanno perso tutto. Cominciano da zero a rifarsi una vita. E vengono dimenticati.<br />
E nel 2004, dopo le timide aperture del decennio precedente e grazie alla forte insistenza degli uomini di AN, l’omertà cattocomunista è finalmente battuta. Il parlamento, infatti, approva la legge 92 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano – dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”. Lo scopo della legge è quello “di conservare e rinnovare la memoria (art. 1)”, prevedendo “iniziative (art. 2) per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole”, favorendo “la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti” e stabilendo che “il Giorno del ricordo (art. 3) è considerato solennità civile”.<br />
Pochi mesi dopo viene realizzato un film, il primo film che si occupa delle foibe. “Il cuore nel pozzo”, questo il titolo, è prodotto per Raifiction da Angelo Rizzoli e diretto da Alberto Negrin su testo di Massimo e Simone De Rita con la consulenza storica di Giuseppe Sabbatucci.<br />
Leo Gullotta è don Bruno, un prete coraggioso che cerca di salvare dalle foibe un gruppo di bambini. Ma quando monta sul palco del congresso di Rifondazione Comunista, l’attore viene coperto di fischi e insultato dalla platea con l’appellativo di “venduto”. Non si fa intimidire, Gullotta, e risponde: “Chi è venduto e perché? Io sono limpido e onesto: la fiction ha fatto sapere a dodici milioni di italiani che cosa sono state le foibe”.<br />
Il film va in onda in occasione della prima Giornata della Memoria per le vittime delle foibe. Alle proteste di una parte della sinistra risponde Negrin: “Per un regista come me, uno che racconta solo storie destinate a far riflettere ed emozionare, non ci sono riserve né condizionamenti, ma solo il dovere di raccontare una tragedia dimenticata”. E Maurizio Gasparri, ministro delle comunicazioni, aggiunge: “Dobbiamo estrarre da un abisso di menzogne una verità nascosta dall’imposizione di un pregiudizio culturale”.<br />
La mattina del 10 febbraio 2005 anche il Comune di Lucca celebra ufficialmente la prima Giornata della Memoria con l’intitolazione di una via ai “Martiri delle foibe”. Alla presenza del prefetto e di molte autorità cittadine e soprattutto dei pochi profughi ancora in vita tra quelli che si sono rifatti una vita nella nostra città, è toccato a me, nella veste di vicesindaco della città, il privilegio di scoprire l’indicazione della nuova strada e tenere un breve discorso per ricordare la tragedia subita da quei nostri connazionali e tenuta colpevolmente nel dimenticatoio per sessant’anni. </p>
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		<title>Ezra Pound (di Domenico Riccio)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Dec 2006 20:02:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[	“Se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le sue idee, vuol dire che le sue idee non valgono nulla o che non vale nulla lui”.
Me lo disse per la prima volta l’onorevole Beppe Niccolai dopo un rischioso comizio tenuto da Marco Cellai in piazza San Michele a Lucca verso la metà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>“Se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le sue idee, vuol dire che le sue idee non valgono nulla o che non vale nulla lui”.<br />
Me lo disse per la prima volta l’onorevole Beppe Niccolai dopo un rischioso comizio tenuto da Marco Cellai in piazza San Michele a Lucca verso la metà degli anni ’70. Assaltati a più riprese da una democratica massa di estremisti di sinistra, che era intervenuta a Lucca da mezza Toscana per impedire alla destra di parlare, se la polizia che ci difendeva avesse ceduto, per noi sarebbe stata la fine.<br />
“Non sono parole mie – aggiunse Niccolai, - ma di Ezra Pound, il grande autore dei Canti Pisani.<br />
“Di chi?”, chiesi io, che non lo avevo mai sentito nominare e non avevo neanche ben compreso quel nome straniero.<br />
Beppe Niccolai mi guardò con estrema severità, rimproverandomi aspramente con gli occhi per quella mia ignoranza e, senza dubbio perché deluso e adirato, non mi rispose.<br />
Capii allora che per uno di destra era una mancanza che doveva essere colmata.<br />
Domandai ad un amico professore e questi, non appena gli feci il nome alquanto storpiato di Ezra Pound, mi ridisse la frase di Niccolai, che era dunque conosciuta, ma non volle, o forse non seppe, dirmi altro.<br />
Mi segnai comunque la frase. Mi piacque, la feci mia, cercai di metterla in pratica ed ora sono certo che mi ha fortemente condizionato, forse per l’intera vita.<br />
Qualche anno più tardi trovai su una rivista di destra alcuni dei suoi famosi aforismi, ma il primo libro che mi è capitato fra le mani è stato quello di Giano Accame pubblicato nel 1995 col titolo “Ezra Pound economista – contro l’usura”. Un ottimo libro, molto chiaro. Lo lessi nel giro di un paio di giorni e presi anche degli appunti, che mi piace riproporre.<br />
Il grande poeta dei Cantos non beveva, non fumava e vestiva come gli capitava; non aveva automobile, spendeva poco, non ebbe mai debiti, né problemi personali con gli usurai. L’avversione all’usura fu quindi disinteressata, tutta concettuale.<br />
Ha fatto della sua opera e della sua vita una crociata contro l’usura, definita nei Cantos la bestia centipede che soffoca il figlio nel ventre.<br />
Si prodigava molto per i suoi amici artisti. Scrisse Hemingway: “Ezra Pound dedica un quinto del suo tempo lavorativo a scrivere poesie. Nel tempo restante cerca di promuovere il futuro, sia materiale che artistico, dei suoi amici”.<br />
Sposato con Dorothy, amava anche la musicista Olga Rudge, dalla quale ebbe un figlio. E la moglie lo ricambiò andando in Egitto e rimanendo a sua volta incinta con un altro.<br />
Nella sua poesia irrompe l’economia. Nei Cantos l’economia occupa la parte che nella Divina Commedia di Dante è quella del sapere teologico. Si sentiva un riformista economico. E quando venne in Italia, la nazione in cui si è trovato meglio, le sue simpatie per Mussolini erano soprattutto in funzione di farsi accettare come tale.<br />
Voleva che la sovranità economica fosse nelle mani dei popoli e non dei mercanti di denaro.<br />
Fu tra i primi a sostenere che bisognava lavorare meno per lavorare tutti. “Tecnici di buon senso e uomini saggi – sosteneva Pound nel suo ABC of economics – ci assicurano che la questione della produzione è risolta. L’apparato produttivo mondiale può produrre tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno. Non c’è la minima ragione di dubitarne. Con l’aumento dell’efficienza meccanica, la produzione di cui si è ora parlato richiederà sempre meno tempo e fatica umana. In una sana economia questa fatica, per varie ragioni, dovrebbe essere distribuita fra una quantità molto considerevole di persone&#8230; Lascia lavorare l’uomo quattro ore per la paga o, se lui desidera lavorare ancora, lascialo lavorare come ogni artista o poeta, lasciagli abbellire la casa o il giardino o allungare le gambe in qualche forma di esercizio o piegare la schiena su un tavolo da gioco e star seduto sul suo sedere e fumare&#8230; Lo so, non dalla teoria ma dalla pratica, che potete vivere infinitamente meglio con pochissimi soldi ed un mucchio di tempo libero anziché con più soldi e meno tempo. Tempo non è denaro, ma è quasi tutto il resto”.<br />
Simpatizzante del fascismo, non era fascista (non si iscrisse mai né al partito né ad organizzazioni collaterali) e non era anticomunista. Nel 1931 dichiarò: “Il partito comunista in Russia e il partito fascista in Italia sono degli esempi di una aristocrazia attiva. Vi sono i migliori elementi, pragmatici, coscienti, gli elementi più riflessivi e volitivi delle loro nazioni”.<br />
E faceva spesso paragoni positivi tra Mussolini e Lenin, più libero quest’ultimo perché “non aveva il Vaticano nel suo giardino”, pensando che le due rivoluzioni del secolo (bolscevica e fascista) dovessero essere intercomunicanti. La stessa cosa provò anche il suo amico Filippo Tommaso Marinetti, il padre del futurismo.<br />
Scambiò il fascismo per un sistema di libertà perché in Italia ci stava bene e, dopo aver provato l’intolleranza americana (era stato buttato fuori dall’università per aver ospitato una notte, pare anche innocentemente, un’attricetta squattrinata che non sapeva dove andare a dormire), ci si sentiva più libero. Era un pacifista, un non violento, e non gli piacevano le divise.<br />
Fu l’unico poeta ammesso alla Bocconi, la più importante università commerciale, a tenere un ciclo di conferenze sull’economia.<br />
Ma i suoi progetti di riorganizzazione economica nazionale ed internazionale furono liquidati dalla segreteria del Duce con note ad uso interno come questa: si tratta di un progetto strampalato concepito da una mente nebbiosa, sprovvista di ogni senso della realtà. Qualcuno ha detto: “Pound non ha capito il fascismo e il fascismo non ha capito Pound”.<br />
Alla nascita della Repubblica Sociale Italiana, si entusiasmò per i 18 punti di Verona del Partito Fascista Repubblicano e sperò che, dopo la socializzazione delle imprese, Mussolini accettasse anche i suoi principi di riforma economica e confuciana. Si definì fascista di sinistra e nei cantos 72 e 73 esalta gli ideali, pur cominciando con le parole guerra di merda. Nel canto 72 molto bello e intenso l’incontro di tipo dantesco con lo spirito di Marinetti, morto il 2 dicembre 1944.<br />
Nella rivista Italia e Civiltà si leggeva: “Sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compagni, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il loro nemico”. Era anche il pensiero di Ezra Pound.<br />
“Questa guerra non fu cagionata da un capriccio di Mussolini né di Hitler. Questa guerra – sostenne Ezra Pound – fa parte della guerra millenaria tra usurai e contadini, fra l’usurocrazia e chiunque fa una giornata di lavoro onesto con le braccia o con l’intelletto”. “Per questa affermazione – scrive Giano Accame – finì in manicomio”.<br />
Accusato di tradimento dagli USA già nel luglio 1943, fu arrestato il 3 maggio del 1945 e portato a Pisa presso il Disciplinary Training Center, dove fu rinchiuso in una gabbia per gorilla e trattato peggio di una bestia per tre settimane. Dovette combattere contro se stesso per non impazzire. Il 18 novembre, dopo aver scritto in infermeria i Canti Pisani, che sono il meglio della sua opera poetica, fu trasferito in America dove, senza processo, fu dichiarato infermo di mente e chiuso per dodici anni nel manicomio criminale di St. Elizabeths”.<br />
Nel marzo del 1949 Eugenio Montale lo presentò ai lettori italiani con un articolo sul Corriere della Sera intitolato Fronde d’alloro in un manicomio. “Poesie di un pazzo? – scrisse Montale a proposito dei Cantos. – Nemmeno per sogno, a meno che non si vogliano considerare come pazzi i tre quarti degli scrittori d’avanguardia contemporanei. L’opinione corrente è che Ezra sia stato considerato pazzo per salvarlo dal carcere perpetuo o dalla pena di morte”.<br />
Molte personalità americane e molti altri scrittori e poeti italiani, tra cui Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Piero bigongiari, Giorgio Caproni, Libero de Libero, Carlo Bo, Alfonso Gatto, Mario Luzi, Alberto Moravia, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, Alessandro Parronchi, Clemente Rebora, Umberto Saba, Ignazio Silone, Giuseppe Ungaretti e Cesare Zavattini, chiesero a più riprese la sua liberazione. La stessa cosa fece anche José V. de Pina Martins da Radio Vaticana.<br />
Uscì dal manicomio il 7 maggio 1958 e si imbarcò per l’Italia con la moglie Dorothy e l’amica Marcella. All’arrivo fece il saluto romano e disse che l’America era tutta un manicomio.<br />
E’ morto il 1° novembre del 1972, quando io avevo già 22 anni. Avrei potuto incontrarlo e parlarci!
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		<title>La strage di piazza Fontana e la strategia della tensione</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Dec 2006 12:53:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>damnic</dc:creator>
		
	<category>Attualità</category>
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		<description><![CDATA[	Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 si compie a Milano la strage di piazza Fontana. Una bomba di sette chili di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ una strage: i morti sono 16, i feriti 88. Pochi minuti più tardi altri tre ordigni esplodono a Roma: il primo presso la Banca Nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 si compie a Milano la strage di piazza Fontana. Una bomba di sette chili di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ una strage: i morti sono 16, i feriti 88. Pochi minuti più tardi altri tre ordigni esplodono a Roma: il primo presso la Banca Nazionale del Lavoro con 13 feriti, il secondo e il terzo tra l’Altare della Patria e Palazzo Venezia con 4 feriti. Un altra bomba è rinvenuta inesplosa, ancora a Milano, presso la Banca Commerciale Italiana e viene fatta brillare subito dopo, forse per eliminare una possibile prova.<br />
La funesta giornata segna l’inizio del terrorismo, degli anni di piombo, del periodo più buio della storia italiana del dopoguerra. E’ la strategia della tensione, quel susseguirsi di stragi ed attentati terroristici che insanguinano l’Italia negli anni ’70.<br />
Ma chi sono gli artefici di quelle bombe? Chi i mandanti? Quale stratega, italiano o straniero, ha ritenuto utile o necessario portare la nazione sull’orlo dell’abisso? E per quale scopo? Ancora oggi, dopo quasi quarant’anni e ben sette processi, non si conoscono nemmeno gli esecutori materiali di quella strage. Sono stati alla sbarra anarchici, neofascisti e uomini dei servizi segreti, ma la giustizia non ha trovato colpevoli. Gli unici a risultare condannati, incredibile ma vero, sono i parenti delle vittime, che dopo tutto, udite udite!, sono statti obbligati dai giudici a pagare anche le spese processuali.<br />
Ci sono stati molti teoremi. Si è anche parlato di strage di Stato. Ma qual’è la verità, quella fatta di nomi e cognomi e di prove serie e decisive? La sapremo mai?<br />
Il cui prodest può forse venirci in ausilio, ma solo per una disquisizione indiziaria e non certo esaustiva.<br />
A chi ha dunque giovato la strategia della tensione?<br />
Al potere economico italiano per imporre una svolta autoritaria a destra e contrastare la deriva, vieppiù crescente e incontrollabile dopo il ’68, delle pretese dei lavoratori sostenute dalla sinistra?<br />
Al potere politico italiano nelle mani della DC, che dal terrore procurato dall’eversione di destra e di sinistra, gli opposti estremismi, ricava linfa vitale ed appare la parte più sana della politica nazionale e quindi l’unica deputata a governare il paese?<br />
Al MSI, che approfitta della paura del disordine terroristico, attribuito alla sinistra, per farsi paladino della parola “ordine”, incrementare i consensi e costringere la DC a toglierlo dall’isolamento istituzionale e portarlo al governo?<br />
Al PCI che, nella statica situazione dei due blocchi internazionali, non ha spazio per una conquista democratica del potere in Italia e pensa di poterci arrivare solo perseguendo la strada della destabilizzazione politica e istituzionale?<br />
Agli USA, che intendono mantenere con la DC l’egemonia economica e politica in Italia e, mediante la CIA e i servizi segreti italiani, finanzia sia l’estremismo di destra che di sinistra per alimentare gli opposti estremismi? All’URSS, che si appresta ad invadere l’Europa libera e, alimentando col KGB il terrorismo, tende a sconvolgere e ad indebolire le istituzioni dei paesi occidentali, tra cui l’Italia? Di interrogativi se ne potrebbero porre altri cento. E sono certo che ognuno di noi sarebbe pronto a dare una risposta, un’interpretazione, in ordine alla propria forma mentis, all’esperienza e conoscenza, all’opportunità di parte. Domando: non sono ancora maturi i tempi per rimuovere, non solo in casa nostra, i tanti segreti di Stato, per aprire gli occulti archivi e provare a fare finalmente chiarezza, sempre che sia ancora possibile, su questa ed altre pagine insanguinate della nostra storia recente? </p>
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